Musica e Libri
21/04/2010
Intervista a Daniele Tenca
L'Alligatore intervista uno degli ultimi, veri bluesman italiani

di L'Alligatore

Chi parla più del lavoro oggi? Chi suona più del vero blues oggi? Risposta semplice, è la stessa persona, Daniele Tenca, giovane musicante di Milano autore di un cd con undici pezzi di vero blues che “parlano†di lavoro: “Blues for the Working Classâ€. Foto in bianco e nero come copertina: due caschi protettivi a colori. Molto utili, di questi tempi.

Infatti oggi il lavoro non c’è o è precario, sotto ricatto, in condizioni di pericolo e senza più le garanzie necessarie, è un lavoro da difendere con i denti e con azioni clamorose. Questo mi comunica la cover del disco, questo raccontano le canzoni in esso contenute.
Daniele le ha scritte in diretta, andando con la mente e il corpo dove si svolgono, un po’ come insegnava Zavattini. Ovviamente non sono degli articoli di giornale, c’è la poesia e la forza del blues a dare loro un’anima, c’è una band con i controfiocchi a suonare e degli ospiti parte della nostra storia a renderlo ancora più interessante (Marino Severini, Cesare Basile, Andy J. Forest, Massimo Martellotta …).
Nove pezzi originali, due cover ("Factory" di Bruce Springsteen e "Eyes on the Prize"), tutto cantato in inglese (ma c’è pure un’impeccabile libretto interno con traduzioni), la produzione attenta della Ultratempo e uno slogan da sottoscrivere: “Perchè è ora di fare qualcosa, tutti. Almeno tenere gli occhi apertiâ€.

Io ho tenuto le orecchie aperte, e subito dopo l’ascolto ho contattato Daniele. Ecco un resoconto della nostra chiacchierata via posta elettronica.

Chi è Daniele Tenca e perché suona il blues oggi?
Sono un musicista/autore in pace con se stesso, perché, come qualcuno (che approfitto per ringraziare) ha scritto riguardo al disco, ho raggiunto “il piacere di fare musica sommato al coraggio di fare della musica uno strumento civico, eticoâ€, e per come vedo io lo scrivere e il suonare è molto gratificante.
Suono il blues perché, al di là del fatto che è una musica “di stomaco†e mi è sempre piaciuto, è il linguaggio musicale che più si adatta ad essere, per tradizione, veicolo di comunicazione delle tematiche che tratto nel disco.

Perché suonare il blues della classe operaia oggi, anno di grazia (si fa per dire) 2010? La classe operaia, come la conoscevamo, non c’è più …
Mah, se diamo al termine “classe operaia†la connotazione politica tradizionale, sono d’accordo, ma questo non è un disco politico, è un disco sociale, che racconta di persone. E se vediamo la classe operaia come un insieme di individui, di persone, che a prescindere dalle singole idee politiche, possono essere unite dalla difesa della loro dignità e del loro lavoro, il termine diventa di una attualità sconcertante, per certi versi. La vicenda della INNSE, ad esempio, ne è una testimonianza incredibile.
E, per quanto possa fare un disco, questo è il senso dei blues che scrivo e canto.

Come nasce una tua canzone? Come la scrivi? Prima le parole o prima la musica? Prendi appunti quando sei in giro se ti viene un idea improvvisa? Quadernetto, telefonino, memoria di ferro?
Non c’è una regola fissa, anche se nel blues, dal punto di vista delle strutture, viene per forza prima la musica, e questo è stato sicuramente un aiuto. Poi, in questo caso, il fatto di occuparmi in prima persona di Salute e Sicurezza sul Lavoro quando non sono su un palco o con uno strumento in mano, mi da una visione “privilegiata†(se così si può dire…) sulle tematiche del disco, e questo mi serve per evidenziare i piccoli particolari che servono per rendere le storie credibili e “visivamente realiâ€.

"49 People" è un pezzo esplicitamente ispirato alla vicenda dei 49 operai della INNSE di Lambrate. Come è nato questo? Davanti al giornale, alla tv, ad Internet? Conosci qualcuno che ha vissuto quella realtà?
Come ti dicevo prima, la loro storia di lotta è un esempio di cosa può voler dire Classe Operaia nel 2010. Il disco era pronto a Luglio, uscita prevista Settembre, io ero in vacanza, al mare. Ho seguito la vicenda dalle ultime settimane di Luglio, quando finalmente, dopo 14 mesi circa, qualcuno ha deciso che era il caso di parlarne nei principali canali di comunicazione, o forse più semplicemente non si poteva più fare finta di niente. Ho scritto la canzone alla fine della storia, ho chiamato la Band, a ottobre abbiamo registrato il pezzo, e l’uscita del disco è slittata a gennaio. Devo dire grazie a Ultratempo (l’etichetta discografica del disco) per aver capito e non avermi mandato all’inferno. Non essendo Chris Martin nessuno ha perso il posto di lavoro per questo, fortunatamente…
Poi, attraverso un mio amico e suo padre, che hanno vissuto tutta la storia da vicino (Giulio e Giuseppe, grazie ancora), il disco è arrivato alla INNSE. Ci siamo incontrati, ho conosciuto i 4 operai che sono stati 8 giorni sul carroponte, e ti giuro che le loro parole sono il miglior riconoscimento che potevo avere su questo disco e su questa canzone. Siamo ancora in contatto. Aggiungo solo che la loro etica del lavoro è qualcosa di speciale e prezioso.

Le altre storie del disco sono più generali, comuni a molti ai nostri giorni. Delle storie esemplari, a loro modo. Sono scaturite da qualcosa di particolare che hai vissuto o visto direttamente?
Come anticipavo prima, arrivano dall’ “altro†mio lavoro, e da una sensibilità alla tematica che deriva forse dalla mia tradizione familiare. E’ importante quello che dici, sono storie comuni a molti, e non solo agli operai. In un certo senso “working class†è inteso come “classe lavoratriceâ€. Penso alla gente del terziario e della new economy, ad esempio. “My Work No Longer Fits For Youâ€, racconta di un programmatore lasciato a casa, con a rischio la sua “vita da ceto medioâ€, senza la certezza di trovare un altro posto di lavoro. Storie di persone, generali, ma che purtroppo, diventano molto “particolariâ€, e, ancora una volta purtroppo, in parecchi ci si riconoscono.

Nel “Blues For The Working Class†hai riunito dei nomi del rock diversi, ma tutti con una storia precisa. Marino Severini, Cesare Basile (nello stesso pezzo, tra l’altro, il traditional “Eyes on the Prizeâ€), Andy J. Forest, Massimo Martellotta … solo per citare i primi che mi saltano in mente. Come sono nate queste collaborazioni? Come proseguiranno? Live …
Nascono prima di tutto dal fatto che tutti quelli che hai citato, e tutti quelli che hanno suonato nel disco, la “mia†Band in prima fila, sono persone fantastiche, hanno sposato il progetto al volo e ne hanno capito il senso.
Poi, Cesare Basile e Marino Severini con i Gang hanno una storia di racconti su queste tematiche tale che non potevo pensare di non coinvolgerli. Ancora grazie, a loro e a tutti gli altri, di cuore.
Sul come proseguirà, beh, spero ci si incontri su qualche palco, da qualche parte. Nessun programma, per ora, ma con loro, basta poco e ci si organizza. Grandi persone.

Altro brano importante è la cover di Bruce Springsteen "Factory", che ben s’inserisce con gli altri 9 brani nuovi scritti da te. Come mai questa scelta? Quale altra cover del Boss avresti voluto mettere?
La scelta nasce dal fatto che “Darkness on the edge of town†è il mio disco preferito di Springsteen, e “Factory†è forse il pezzo più direttamente legato a questa tematica che lui abbia mai scritto. La versione che ne diamo è completamente stravolta rispetto all’originale, e forse trasforma il sentimento di fondo del brano (o meglio, quello che percepisco io ascoltandolo) da rassegnazione a rabbia, almeno quello era l’intento.
Poi, beh…se usciamo dalle tematiche specifiche del disco, la faccio breve e ti dico che fosse per me canterei il 90% abbondante del repertorio di Springsteen in qualsiasi disco…nello specifico, ai concerti suoniamo una versione bluesy di “Johnny 99†che avrebbe potuto entrare nel disco sicuramente, se solo mi fosse venuta in mente prima…

Blog, myspace, Facebook, tra un’ora chissà cosa ci sarà… Cosa ne pensi di quello che ha scritto lo scrittore Aldo Nove (cacciato 3 volte da Facebook) su Facebook? Dice: “…su FB non si pensa. Su FB non si inventa. Su FB si fa esattamente quello che sotterraneamente ti viene detto di fare, nell’illusione che sia tu a sceglierlo.†Insomma, una democrazia assoluta “di facciataâ€. Perfetta metafora della società attuale, dico io …anche se poi qualcuno lo usa ora per fare manifestazioni, mobilitare su problemi concreti…
Tutti quelli che hai citato sono strumenti, come la radio, la televisione, il telefonino o il frullatore. Dipende come li usi, come tutti gli strumenti. Se ne deriva un abuso o una degenerazione, è un problema della società, non dello strumento, per come la vedo io. Sta al singolo mantenere la propria indipendenza e dignità e difenderle, e questo non solo su Facebook o Internet in generale.

Per la musica la Rete è positiva o solo una vetrinetta? Qual è il tuo rapporto con Internet?
Mi collego al concetto di prima. Certo, ottimi strumenti di partenza, però la facilità con cui si accede adesso alla musica, se da un lato agevola la visibilità, dall’altro le fa perdere un po’ del suo valore artistico.
Una volta ascoltare una canzone o un disco piuttosto che un altro presupponeva una scelta. Adesso basta un clic, ascolti 10 secondi, ti piace salvi con nome, non ti piace, butti nel cestino. E lo puoi fare enne volte. Quindi la soglia della selezione si abbassa più facilmente. E non parlo del file sharing, perchè le canzoni e i dischi, alla fine, si sono sempre duplicati più o meno (penso alle musicassette doppiate o ai negozi di noleggio cd). Solo che c’era una voglia di musica diversa, più profonda e più radicata, e quindi credo che il problema centrale sia che è diventato sempre meno importante educare la gente alla passione per la musica.

Una domanda che non ti ho fatto? Anche la risposta se vuoi …
Nessuna domanda, solo un grazie per lo spazio, e la speranza di incontrarci presto nei pressi di qualche palco.

E per chi vuole incontralo anche nella Rete, questi i suoi spazi:
http://www.danieletenca.com
http://www.reverbnation.com/danieletenca
http://www.myspace.com/danieletenca

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