Opinioni
20/10/2008
Scuola: i motivi della protesta
Studenti, genitori, professori in agitazione contro il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini. Iniziamo a raccontarvi alcuni dei motivi della protesta.

di Paola Lezzi

Partiamo dalla scuola elementare: è uno dei nostri pochi fiori all’occhiello (al quinto posto nelle classifiche internazionali per i buoni risultati dei suoi alunni), perché cambiarla? Da anni, ormai, il modello di scuola a tempo pieno (in uso fortemente al nord dove è più diffuso il lavoro femminile) incontra il consenso delle comunità (tanto che solo l’anno scorso un compatto e spontaneo movimento di insegnanti e genitori ha salvato il tempo pieno dai propositi distruttivi dell’ex-ministro dell’Istruzione Moratti).

Al tempo pieno sono assegnati di base due docenti per classe e un orario di funzionamento di 40 ore settimanali con strutture come le mense e un servizio di trasporto. A ciò può aggiungersi il docente di lingua straniera, quello di religione e quello di sostegno, nel caso vi sia presenza di alunni diversamente abili o nel caso il team di base non abbia il titolo per insegnare la lingua straniera.
Tornare alle 24 ore settimanali scarica un problema sociale sulle famiglie e impoverisce la scuola: non garantisce in tutte le classi l’insegnamento della lingua straniera, ma non mette in discussione l’ora di religione che, sebbene non obbligatoria, continua a essere garantita nell’orario obbligatorio. Il maestro unico potrebbe non avere il titolo per insegnare la lingua straniera, quindi chi se ne farà carico? I genitori? Il comune? I bambini saranno privati della ricchezza culturale data dalla pluralità dei docenti e le famiglie dovranno riorganizzarsi per curare i loro figli sbattuti fuori dalla scuola per gran parte della giornata. Un tempo più lungo, la presenza di due insegnanti durante un’attività di gioco o un’uscita o un lavoro di gruppo, non sono uno spreco, ma indispensabili per una scuola formativa e di qualità a cui non bisogna rinunciare.

E ancora: le scuole nelle piccole isole e nei piccoli comuni montani potrebbero sparire già dal prossimo anno. Il decreto-legge 154 ha l'intero articolo 3 dedicato alla riduzione delle istituzioni scolastiche sottodimensionate. Il tutto in linea con il Piano che detta le regole per tagliare in un triennio 132.000 posti. In tutt’Italia sono 4.200 i plessi con meno di 50 alunni, gli alunni saranno costretti a percorrere chilometri per raggiungere la nuova scuola e, oltre al danno la beffa, i costi per i trasporti e l’adeguamento edilizio saranno a carico degli enti locali.
E per finire l’università. La legge 133/2008 prevede una riduzione annuale fino al 2013 del Fondo di Finanziamento Ordinario di 467 milioni di euro (taglio del 6%); un taglio del 46% sulle spese di funzionamento; una riduzione del turnover al 20% per l'Università (su 5 docenti che vanno in pensione al più 1 nuovo ricercatore potrà essere assunto) nel periodo 2009-2013; un taglio complessivo di quasi 4 miliardi di euro in 5 anni e l'istituzione di un percorso burocratico che permetta la trasformazione delle Università pubbliche in Istituti privati.

Piero Bevilacqua (ordinario di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma) ha scritto un appello (che ha già raccolto le firme eccellenti di Asor Rosa, Vattimo e Curi) in cui si chiede di bloccare l'inaugurazione dell'anno accademico in tutte le università italiane per difendere la ricerca e la qualità dell'insegnamento e fermare i tagli alle risorse già scarse.

Questi sono solo alcuni dei motivi della protesta! Scriveteci i vostri, quelli che vi stanno più a cuore. Partecipate al nostro corteo virtuale! Con una email a redazione@smemoranda.it (indicando "CORTEO" nell'oggetto della mail). oppure direttamente sul blog.

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