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di L'Alligatore
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Il reportage a fumetti del disegnatore Claudio Calia

Kurdistan, dispacci dal fronte iracheno di Claudio Calia è un reportage a fumetti del bravo disegnatore trevigiano, che con il suo stile inconfondibile racconta la situazione del dopo Saddam in questa parte del mondo frastagliata, divisa, da sempre contesa. In un bianco e nero realistico tenta di spiegare l’impossibile, con la sua testimonianza, e, magia della nuvole parlanti, ci riesce. Dovrebbero adottarlo le scuole, se fossimo un paese intelligente.

Calia, per scrivere questo libro a fumetti, nel Kurdistan iracheno ci è stato, come facevano i veri inviati un tempo, senza veline di regime. Ci è stato su invito dell’Organizzazione Non Governativa “Un ponte per…”, che da anni si batte e sbatte contro la guerra, cercando poi di rimediare ai suoi danni. Facendo anche attività meritorie come questa: un corso di fumetto durato due settimane, a contatto con la gente di questi luoghi. È così nato questo bel volume. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Come è nato Kurdistan – Dispacci dal fronte iracheno?
Il libro è il terzo step di un progetto più ampio che ha compreso come prima tappa il tenere tre workshop di fumetto in tre centri giovanili gestiti dalla ONG “Un ponte per…” nel Kurdistan iracheno; seconda la produzione di un albo a fumetti di 24 tavole, “promozionale” lo definisco tra mille virgolette, per far conoscere l’attività dei centri e stampato e diffuso solo in Iraq in inglese e arabo; e infine il libro che racconta complessivamente il mio viaggio.

Cosa sei riuscito a descrivere meglio di questa esperienza?
Quello che spero di avere fatto è, letteralmente, dare voce a chi vive in Iraq oggi e cerca tra tutte le difficoltà di ricostruire un tessuto civile di convivenza tra religioni e lingue diverse. Tutta la narrazione e tutte le scelte rispetto al disegno e al racconto sono pensate per questo risultato. Per la prima volta anche rispetto ai miei libri precedenti io mi metto da parte, in tutto il libro parlo pochissimo in prima persona, appaio raramente e lascio spazio ai racconti delle persone che ho incontrato.

Ci sono cose che non sei riuscito a riportare? Che vorresti approfondire magari in un altro libro?
Ci sono cose che ho volutamente sfrondato dal racconto per perseguire il mio obiettivo principale. L’esempio più significativo è la mia testimonianza dell’attentato di Daesh all’aeroporto Ataturk di Istanbul il 28 giugno 2016. Nella prima stesura quel pezzo di racconto sarebbe dovuto essere lungo almeno 12 pagine: alla fine ho tenuto solo il paio di schizzi fatti “in diretta” quella notte e il giorno successivo. Quando conosci persone, magari più giovani di te, che nella loro vita hanno assistito a tre attentati con autobombe semplicemente camminando per le strade della loro città, il tuo problema di due giorni di ritardo per un attentato avvenuto al piano di sotto rispetto a dove passavi tu si relativizza in un attimo. Quest’anno tornerò in Iraq a tenere altri laboratori di fumetto, ma non penso che questo mi porterà a realizzare nuovi libri sull’argomento. Probabilmente produrrò un albo con i disegni che farò sul posto, una volta tornato.

Il sottotitolo recita: 15 giorni nel nord dell’Iraq a fianco degli operatori umanitari della Ong “Un ponte per…” Perché con loro?
Il mio rapporto con “Un ponte per…” nasce all'inizio da rapporti di amicizia. Un mio caro amico di lunga data è diventato il responsabile locale di Padova, dove vivo, di “Un ponte per...”. Prima ancora è stato a lavorare per tre mesi in uno dei centri giovanili in cui sono stato, e proprio con una sua chiamata skype da lì, in pochissimo tempo abbiamo concretizzato il progetto che mi ha permesso di partire. Conoscendomi da lungo tempo è sempre stato, volente o nolente, sottoposto alla lettura dei miei fumetti, e l’idea di raccontare a fumetti quel territorio ci è venuta piuttosto naturalmente. Poi c’è una piccola curiosità rispetto al rapporto tra “Un ponte per…” e il fumetto, che quasi nessuno ricorda e mi piace citare: furono i primi a tradurre in italiano i fumetti di Aleksandar Zograf dalla Serbia sotto i bombardamenti della NATO.

Ancora una volta sei uscito con BeccoGiallo. Come mai ancora con l’editore padovano? Che rapporto ti lega a questa casa editrice di fumetti impegnati?
Il mio primo libro “lungo” è stato “Porto Marghera. La legge non è uguale per tutti” per BeccoGiallo, e da allora anche se ho collaborato con tanti altri editori, BeccoGiallo è la “casa” naturale per i miei lavori di giornalismo a fumetti. In più seguo anche la comunicazione via web della casa editrice, per cui abbiamo occasione di vederci molto e discutere continuamente di nuove proposte o suggestioni per il futuro.

Progetti futuri?
Ammetto che per l’immediato futuro penso di prendere una pausa dal “fumetto di realtà” e gettarmi nella follia di un’autoproduzione. Ho una storia di fiction, diciamo un urban fantasy tra filosofia politica, supereroi e film slasher, che accarezzo nella mia mente da più di vent’anni ormai, e sento che è venuto il momento di realizzarla. Un prodotto non collocabile sul mercato del fumetto di oggi in Italia, sia per il formato che ho in mente che per i contenuti, per cui penso che questo mi porterà a tornare a giocare con l'autoproduzione dopo tanto tempo. Spero davvero di mettermi presto al lavoro e che il 2018 possa essere l'anno in cui vedrà la luce.
Sul versante giornalismo a fumetti invece è abbastanza probabile che in un futuro prossimo mi impegnerò a realizzare un libro sulla Tunisia di oggi, raccontando quello che è rimasto dopo le primavere arabe.

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