Fuga di cervelli. Questa strana espressione si sente spesso, sui giornali o nelle trasmissioni televisive. Indica il fenomeno per cui i giovani bravi e dotati vanno via, lontano dalle loro città e dalle loro nazioni, che non offrono strutture e stipendi adeguati per vivere e lavorare decentemente. Così, ogni anno un capitale umano se ne va all'estero. Qui abbiamo fra le mani un libro di un giovane autore italiano (del sud) che è dovuto emigrare in Francia per trovare il giusto spazio. Un autore di fumetti che non ha ancora trent'anni, e si chiama Alessandro Tota. Il suo primo romanzo a fumetti si chiama Yeti.
Un gran bel libro che parla di vita vera, ma con uno sguardo diverso. Yeti è il titolo, ma anche il protagonista, che parte dal suo paese di campagna, emigra per arrivare nella grande città straniera. Parigi, appunto. Lì incontra un gruppo di ragazzi provenienti dai quattro angoli dell'Europa, anche loro trasferiti nella capitale francese in cerca di una svolta. L'integrazione non è mica facile, soprattutto se non sai una parola di francese, se hai solo lavori precari, se ti innamori della ragazza sbagliata. Insomma, la vita per il povero Yeti non è una passeggiata. Raccontata così, sembrerebbe la solita storia autobiografica, con il solito contorno sociale... roba normale. Però, c'è un però: Yeti non è mica umano, ma una specie di enorme tondo animalone rosa. Come un Barbapapà senza bocca.
Dunque, Tota parte dalla sua autobiografia - sua l'esperienza del migrante - ma poi la remixa in qualcosa di completamente diverso. Yeti è un vero romanzo di formazione, che punta molto sulla metafora grafica della diversità . Yeti è lì, enorme, rosa, tondo, è davvero diverso da tutti gli altri. Sa dire solo Gnù. Ma poi, per il resto, è felice, triste, ama e odia come tutti gli altri. Commette degli errori, si comporta male: come tutti gli altri. La morale è semplice. La storia, appassionante: raccontata attraverso questo personaggio che potrebbe stare bene in un manga giapponese, su una linea di accessori per ragazzine. E invece, poi scopri che è maledettamente serio.
Alessandro Tota è ggiovanebbravo. Per fortuna, è riuscito a trovare il suo spazio. Qui dimostra che a volte basta una buona idea, un po' di intelligenza e un pizzico di sincerità per mettere insieme un grande racconto.

