Alpraz: Io non sono io, contro i luoghi comuni

di L'Alligatore

Le Smemo Interviste

Alpraz, giovane fumettista sarda dallo stile molto personale, surreale e con principi morali forti. Filosofica direi, a partire dal titolo Io non sono io, e con una certa iconoclastia di fondo. In questo libro fatto tutto da sola, vera e propria autoproduzione di gran qualità.

Mi è piaciuta subito Alpraz, e la sua capacità di andare con soave libertà contro certi luoghi comuni, dalle feste della classe al matrimonio, il sesso, l’adolescenza, la vita fatta di rituali che lei smonta abilmente con questi disegni in bianco e nero veramente magici, anzi, psicomagici. Si capisce da uno sguardo che ha i piedi ben piantati in aria e un’innata incredibile capacità di ridurre tutto ai minimi termini con ironia.

Disegni grandi accanto a disegni piccoli, strisce oppure un’immagine a tutta pagina in un bianco e nero anch’esso molto originale, per raccontare storie di vita vissuta dove la ragazza si diverte a smitizzare certi miti borghesi. Questo mi ha ricordato Jodorowsky, anche se leggendo l’intervista capirete che questo non è un suo riferimento, ma ce ne sono molti altri. Tra i principali Andrea Pazienza…

Come è nato Io non sono io?

Nel momento in cui ho accettato tutte le mie incapacità e le ho unite, si sono formati i presupposti per il mio “non-fumetto”. Fin da quando ero molto piccola ho imboccato i più svariati propositi artistici e letterari. Ho sempre avuto una quantità esagerata di interessi che si sono inesorabilmente dispersi. Nonostante le mie ricorrenti frustrazioni, la necessità di creare qualcosa non passava mai. Il mondo del fumetto mi ha sempre incuriosita, ma lo trovavo un mezzo poco accessibile: la mia fruizione era limitata per via del costo degli albi e la tecnica sembrava irraggiungibile per via delle mie mediocri capacità nel disegno e nello storytelling. Intorno al 2014 ho iniziato, anche grazie al compagno di allora, a soffermarmi più attentamente sul fumetto. Mi sembrava tardi per riuscire ad imparare qualcosa, però iniziavano a venir fuori le mie prime affinità elettive: la sconclusionatezza di certe opere di Pazienza, i fumetti disegnati male ma efficacissimi di Davide la Rosa e dottor Pira, Gipi che dava l’illusione che per fare un fumetto come il suo non ci volesse bravura. Ciascuno di loro aveva un elemento che mi ha autoconcesso di fare un tentativo. Ho iniziato così a scarabocchiare vignette per me, pubblicando ogni tanto i primi imbarazzanti tentativi. Da allora non ho più smesso. Poi è successo che dal 2017 si sono susseguiti una serie di cambiamenti nella mia vita e stavo affrontando una delle mie depressioni cicliche. Quando ne avevo le energie, l’unica cosa che riuscissi a fare e che valeva la pena di fare era appiccicare parole e disegni sulla carta. A differenza di tutte le altre volte che ho tentato qualcosa, ogni volta che mi sentivo bloccata dalla mia incapacità ho semplicemente aggirato l’ostacolo e ho infranto ogni regola del mio Super-Io. Non riesco a disegnare una faccia sempre uguale? Bene, allora i personaggi saranno sempre diversi. Le battute non mi vengono? Bene, lascio i balloon vuoti. Non ho le energie per studiarmi una tavola? Bene, la vomito direttamente a penna. A un certo punto mi sono sentita addirittura brava. Poi però mi ha fatto tutto molto schifo e mi sono vergognata da morire. Ma ero decisa a volere, dopo tutta quella fatica, qualcosa di concluso. Questo è stato possibile quando mi sono convinta che fare schifo non ha poi tutta questa importanza. L’esistenza non ha una tale importanza da volerci fare una bella figura.

Perché questo titolo? … in che senso?

Il titolo è la sintesi della continua negazione e riaffermazione che è stata la creazione del libro. Nella negazione si celano necessariamente almeno due affermazioni: quella che ne pone il presupposto e quella che ne permette il suo rifiuto. Per me riguarda prima di tutto la mia relazione con il concetto di identità. Andare avanti con questo lavoro nonostante rinnegassi costantemente le mie qualità è stato il modo per autodeterminarmi come esistente: capire che l’unica qualità necessaria al sé coincide con l’esistenza, a prescindere dal giudizio. Dunque l’io che nega l’io afferma un io al di là dell’identico a sé. Collocarsi in questa amorfità è pur sempre darsi una forma ed una qualità. Questo mi avrebbe impedito la creazione. Ecco allora che occorreva rinnegare anche questo. Nella sua formula paradossale, rinnegare l’identità eppure necessariamente praticarla, si pone come programmazione aberrata con la sua iterazione infinita.

La genesi dell’opera ha coinciso con tale processo: opera e identità si rinnegano per riaffiorare in loro stesse, ciclicamente. Questo mi ha permesso di superare l’impossibilità di definirmi come autrice-personaggia e definire questo lavoro un fumetto (infatti mi capita spesso di chiamarlo non-fumetto). Mi ha permesso di esprimermi anche se non mi sentivo legittimata a farlo. Esisto, mi rigetto, ma voglio esistere.

Quanto c’è di autobiografico in Io non sono io?

Come dicevo, la creazione di quest’opera coincide con il mio tumulto identitario. In questo senso è completamente autobiografico. Ma immagino che quando viene posta questa domanda è per sapere se le parti verosimili ed intellegibili sono accadute realmente a me e se i personaggi corrispondono a persone reali. Per me raccontare l’inverosimile Salv-zillla è stato autobiografico quanto la verosimile Y., che è una fusione di ragazze conosciute durante la mia vita. Alcune cose le ho vissute, molte le ho sognate, altre le ho immaginate. Alcuni accadimenti sono talmente comuni e generici che potrebbero far parte dell’autobiografia di chiunque. Anche se non specifico in quale facoltà mentale si sono manifestati gli eventi, ognuno di essi è autobiografico perché prende spunto dal reale ed è passato attraverso me soltanto.

Ti sei ispirata a qualcuno o ti senti vicina a qualcuno in particolare? A me hai ricordato il surreale di Jodorowsky, e qualcosa di Bruno Bozzetto, tipo Allegro non troppo

Non sei il primo che mi tira fuori Jodorowsky. Chi conosce i miei gusti riderà, perché sa che non l’ho molto in simpatia. Invece amo molto Bruno Bozzetto fin dall’infanzia, ma non ho mai preso spunto da lui. Ovviamente considero questi paragoni un bel complimento, anche se non ho nulla delle loro abilità visive e narrative. Riconosco, però, che la matrice comune è sicuramente il simbolismo e il surrealismo, movimenti che amo molto. Nel cinema l’unico mio punto di riferimento al mio lavoro si limita a Jan Švankmajer, un altro surrealista, e nei corti aggiungerei soltanto il disturbante sciocco di David Firth.

Per quanto riguarda il fumetto, l’unico col quale mi sono sentita davvero affine a livello di concezione del mezzo è stato “Le straordinarie avventure di Pentothal”. Forse è stata proprio quell’opera a mettermi il tarlo del romanzo grafico. Anche qui, solo strutturalmente e concettualmente (non c’è bisogno che spieghi la leggera differenza tra un Andrea Pazienza e il mio tratto impacciato). Altri fumetti che mi hanno dato spunto sono stati “Non mi sei mai piaciuto” di Chester Brown, che cito in maniera piuttosto esplicita in un passaggio iniziale, e “Charles” di Alessandro Tota. Quando ormai avevo concluso la parte strutturale del fumetto era uscito “Cheese” di ZUZU, con il quale ho notato una sorta di omoplasia per la ricorrenza di intestini. Quel libro mi è stato di grande aiuto non solo emotivamente, ma anche per elaborare la forma conclusiva del mio.

Non nomino altri fumetti perché, anche se mentre realizzavo il mio ne ho letti tanti e ne ho amato tantissimi, non ne avevo ancora scoperto altri vicini alla mia idea di romanzo grafico. A livello di segno non avevo ancora le idee chiare su quale fosse la mia “cosa” (e credo si percepisca parecchio) e non ho studiato nessuna opera in particolare. La parola scritta, invece, mi ha dato molti più sentieri da seguire: primo tra tutto Kafka, il cui immaginario è il più affine tra gli autori e le autrici che abbia mai affrontato. Poi Proust, per il suo concepire tempo e memoria, Duras per la scrittura secca e autobiografica, Beckett per l’assurdo. Poi ancora, Camus per il disagio dell’esistere, Malerba per il non-sense, Landolfi per il bestiario, Hofstadter per i paradossi.

Mi spiace dover nominare una così schiacciante maggioranza bianca e ciseth. Spero che le prossime miei linee guida saranno più intersezionali. Intanto i miei riferimenti si sono espansi tantissimo, ma credo di aver bisogno ancora di tempo per elaborare i collegamenti con il mio lavoro attuale.

Fai tutto da te? Dove è possibile acquistare Io non sono io?

Ho utilizzato al meglio che ho potuto le mie facoltà mentali per digitalizzare il tutto e poi mi sono affidata a una tipografia per la stampa. Ci sarebbe tanto da migliorare e non guasterebbe un lavoro di editing e d’impaginazione professionali, ma nelle autoproduzioni il basso costo è d’obbligo. Per il momento il modo migliore per recuperare il fumetto è contattarmi su Instagram (@_alpraz_). Sto mettendo su un e-shop, ma i miei tempi sono biblici.

Progetti futuri di Alpraz…

Ovviamente non se ne può parlare. Posso dire che ci sono di mezzo alcune collaborazioni, che sto sperimentando colore e digitale, che l’approccio al disegno è cambiato in modo sostanziale (cosa che si può notare anche nelle ultime illustrazioni pubblicate). Ma sto continuando a lavorare con l’inchiostro per un progetto personale rimarrò vicina all’autonarrazione, al disturbante, alla decostruzione narrativa e temporale.