L’era dell’Indie Pop italiano in un libro

di L'Alligatore

Le Smemo Interviste - News

Era Indie – La Rivoluzione mancata del nuovo pop italiano, libro scritto dal critico musicale romano Riccardo De Stefano e dato alle stampe a fine 2019 con Arcana, editrice specializzata da sempre in buoni volumi sulla musica, è un bel librone per capire dove è andata la musica in questi dieci anni. Dieci anni dove volenti o nolenti molto è cambiato, grazie al web, che ha rivoluzionato i modi di sorbire musica. Da Facebook a Instagram, da YouTube a Spotify, tutto è cambiato (per rimanere uguale a prima), nuovi artisti sono nati, partendo da un ambito indie per arrivare al successo commerciale. Da piccoli concerti con cinquanta persone quando andava bene, a riempire l’Arena di Verona, conquistare Sanremo, il Concertone del Primo Maggio.
Si parla di nomi poco prima sconosciuti, tipo Calcutta, I Cani, Thegiornalisti, per citare quelli più volte nominati nel libro, che hanno conquistato ampie platee in poco tempo, spodestando nomi più noti del bel canto, entrati in crisi. Come era successo altre volte, ma con maggiore forza, l’indie ha battuto il mainstream, portando anche della qualità inizialmente.
Riccardo De Stefano analizza il fenomeno, passandolo al setaccio tramite moltissime interviste con nuovi musicanti, produttori, organizzatori di festival, musicisti dei decenni prima, padri nobili dell’indie.

Perché un libro sull’indie-pop italiano oggi?

Riccardo de Stefano: Per prima cosa: perché sennò lo avrebbe fatto qualcun altro! A parte gli scherzi, oggi, dopo dieci anni dagli esordi dei tanti artisti del circuito indie, non si può fare a meno di vedere come tante cose siano cambiate, e quel movimento dei primi anni ’10 abbia scelto di fare a patti con il mercato. Certo, è innegabile che un artista come Tommaso Paradiso oggi sia una vera e propria pop star, ma quanti conoscono l’ambiente da cui è uscito, e le storie che ci sono dietro? Per ogni artista di successo ce ne sono dieci che falliscono, e anche nel circuito indie è stato così. Il mio libro vuole raccontare sia il prima, sia il dopo e andando a fantasticare sul futuro. Il titolo d’altronde, “Era indie”, serve a darci l’idea di un periodo storico e della sua conclusione.

Non è la prima volta che la musica cosiddetta indipendente conquista posizioni. Cosa è successo di più in questo decennio?
È cambiato il modo di comunicare musica e il lavoro delle etichette, dei manager e degli artisti. Oggi, in una società totalmente divorata dalla comunicazione social, fare musica significa darsi perennemente in pasto al pubblico, e questo pubblico – soprattutto quello più giovane – ha ideali, sogni, speranze diverse da quelle della mia generazione, e per questo cerca musica diversa, meno ideologicamente attiva e più attenta a descrivere una certa dose di malessere personale e spesso autoreferenziale. Per questo l’indie degli anni ’10 è “il nuovo pop italiano”: perché è riuscito a parlare alla grande massa del pubblico scegliendo fin da subito un linguaggio perfettamente comprensibile e quasi mai “alternativo” rispetto a quello che passava nei circuiti musicali mainstream. Il cambiamento è avvenuto anche nel linguaggio, che della cultura pop ne ha fatto rigido stilema, e nei suoni, lo-fi per necessità e poi in seguito standardizzati dai grandi producer italiani, appiattendo anche uno dei pochi elementi originali e di rottura di questo indie pop.

Perché così tanti artisti romani, in questa Era indie?

Sono di Roma e ho iniziato a lavorare nel circuito appena prima che tutto esplodesse, il che mi ha permesso di essere testimone oculare di molte delle storie raccontate, e del fenomeno in quanto tale. Ma il centro propulsore di tutto è stato Roma, a prescindere dalla mia presenza in città e tanto più dal mio ruolo (assai marginale) nella scena. Roma è una città strana e caotica, quasi un piccolo Regno a sé, con le sue regole e le sue dinamiche che cambiano da quartiere a quartiere. È un vero e proprio melting pot di culture e persone, il che permette di stimolare la creatività di chi non si lascia sopraffare dalla Città e dalla sua cieca amministrazione. Ci sono luoghi di incontro, piccole e grandi scene artistiche di tutti i tipi, talento e velleità, giovani arroganti e vecchi disillusi, chi prova a fregarti e chi si lascia fregare. Questa umanità e questo mondo urbano è il perfetto scenario per creare “qualcosa da raccontare” e ha fatto sì che molti dei protagonisti condividessero palchi, storie, canzoni e ovviamente manager ed etichette. Il circuito oggi apparentemente irraggiungibile è stato creato da ventenni curiosi e talentuosi sbagliando e condividendo esperienze. Il momento clou è stato quando tra 2014 e 2016 sono usciti Cani, Calcutta e Thegiornalisti, in un momento ribattezzati #scenaRomana, non una vera scena, ma emblematica della situazione romana.

La tematica del tuo libro mi ha ricordato quella di John Vignola “Su la testa! 1994 – 2004, dieci anni di rock italiano”. Ci sono analogie con quel libro? L’hai tenuto presente per scrivere il tuo?
Conosco Vignola di fama, purtroppo non di persona, e lo stimo professionalmente per il suo grande lavoro. Il libro non lo conosco, ma posso immaginare l’argomento e come può essere trattato. Ogni periodo storico ha i suoi vizi e le sue virtù e alla fine anche le storie possono sovrapporsi, limando qua e là, l’una con l’altra. Nel mio libro ho scelto di usare solo ed esclusivamente materiale mio, come tutte le interviste e gli interventi: non ho utilizzato altre fonti per non “spezzare” il flusso del racconto e questo ha comportato di conseguenza anche l’omissione di alcuni artisti come l’assenza di interviste di musicisti e addetti che hanno preferito non rilasciare interviste. E ovviamente non ha alcuna pretesa di completezza (non è un’enciclopedia) quanto di breve storia selezionata dell’indie pop italiano degli anni ’10.

Cosa c’entra il pop con la rivoluzione?

Il primo sottotitolo, come racconto spesso, era brutto e inadeguato: “da sconosciuti a pop star in dieci anni”. Vero, ma dava un’idea sbagliata del libro, rendendolo quasi un film americano per teenager. La parola che lega il tutto – che unisce cioè il pop e la rivoluzione – è l’aggettivo “mancata”, che rende quella rivoluzione teorica e sulla carta (letteralmente, nel caso del libro!). Questi dieci anni, quelli dello scorso decennio, per quanto faccia strano dirlo, sono stati gli anni di assestamento dell’industria discografica, compromessa apparentemente dalla rete e che poi la rete se l’è mangiata con tutto il suo pubblico dentro. Quella di internet e dei social network è stata una vera e propria rivoluzione, non solo italiana, che ha attraversato la cultura umana e ha creato un linguaggio nuovo, e la musica poteva cavalcare questa rivoluzione o combatterla. Tutti i nuovi artisti di riferimento hanno iniziato senza velleità di successo, per passione, caricando i propri brani online in maniera amatoriale e imparando questo nuovo linguaggio della rete. Poi, arrivato questo nuovo pubblico, che su internet ci è nato, sono arrivati anche i soldi e lì la vera domanda, quella da “pillola blu o pillola rossa”: andare ciecamente verso quello che il pubblico si aspetta da te o continuare in una tua direzione artistica? Qualcuno ha scelto la prima e qualcun altro (pochi) la seconda e la sensazione è quella che si poteva fare di più e cambiare il modo di fare musica, cosa che non è successa. Ma va bene anche così.

Dopo la rivoluzione cosa viene? Il sistema cercherà di riprodurre cloni degli artisti indie-pop di successo, come è già accaduto tra l’altro, e come scrivi nel libro …
Dopo la rivoluzione avviene, come sempre, la reazione e la normalizzazione. Oggi l’indie pop dei primi anni ’10 è stato completamente assimilato e diventato pura maniera, al punto che taluni lo chiamano itpop, come fosse un genere a sé (anche se non se ne comprendono gli stilemi specifici). Essendo un momento importante per la discografia, i grandi e piccoli attori del mercato si fiondano su chi suona già in un certo modo, pensando di piazzarli direttamente in questo nuovo pubblico giovane. La conseguenza è questo esercito di cloni di Calcutta e Thegiornalisti che saturano il mercato, ma anche l’ingerenza di Spotify sulle dinamiche interne dello stesso, che comportano posizioni di rilievo a volte per artisti che in realtà quel pubblico non lo hanno, e poi l’infinita crescita dei cachet degli artisti e la corsa al Palazzetto più grande, e la frenesia di trovare il nuovo artista per ribaltare il mercato a discapito delle carriere, con il singolo (come se fossimo tornati a un era pre-Beatles) di nuovo unico soggetto di interesse e valutazione, con la Spada di Damocle del successo immediato sulla testa o l’inevitabile oblio. Questo sistema e questo mercato ancora per vari anni ucciderà il talento e la creatività di chi vuole affacciarsi favorendo prodotti di facile consumo, poi esploderà probabilmente lasciando un grande vuoto che solo un’altra piccola rivoluzione discografica potrà sanare.

Come e quando presenti Era Indie?
In questi mesi sono in tour come le rockstar! Ho già presentato il libro a Milano, durante la serata di Spaghetti Unplugged in compagnia di Antonio Sarubbi di Maciste Dischi, a Bologna con Gianluca Giusti di Modernista e Tutto Molto Bello e il cantautore Giovanni Truppi, a Sanremo ospite di Casa Siae insieme a Massimo Bonelli di iCompany e a Pescara per la serata “Suonacele!” dove ho incontrato tanti giovani ragazzi appassionati e curiosissimi, vera speranza per il futuro. Mi manca ancora una vera e propria presentazione romana – strano visto che è la mia città, non molto strano se conoscete le dinamiche cittadine però – e mi piacerebbe coprire ancora diverse città come Torino, Genova e soprattutto andare al sud, dove spero di organizzare a Napoli quanto prima. Le presentazioni sono stati momenti di incontro e riflessione con pubblico e gli ospiti sul momento storico e le sue conseguenze, raccontando aneddoti e curiosità e cercando di tracciare quel necessario fil rouge che collega le serate al Circolo degli Artisti nel 2013 al Circo Massimo del 2019.

Progetti futuri di Riccardo De Stefano?
Continuo a scrivere di musica presso ExitWell, la rivista che dirigo da tanti anni, oltre che per siti come OA Plus, e collaboro con iCompany, che tra le altre cose organizza il Concerto del Primo Maggio di Roma (faremo degli incontri molto belli presso Rufa a Roma, seguiteci). Sto cercando di pensare a un secondo libro, stavolta non a tema indie però: gli argomenti non mancano ma bisogna capire il taglio stilistico e il target di riferimento e il tempo è prezioso. Ma più di tutto cercherò, nonostante i miei quasi 33 anni, di non invecchiare male né di arroccarmi dietro l’idea che una volta la musica era migliore, sperando di mantenere le idee fresche e di restare fedele a me stesso. Speriamo bene.