dentro

di Alessia Gemma

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Là dentro

Nel bel mezzo della città di Milano esiste un limbo tra il prima e l’adesso. Un posto dove annullano le persone per ricomporle, è il posto dove non esiste La Libertà: il carcere di San Vittore. Difronte, ironia della sorte o beffa di una città cattiva, c’è il locale San Vittore, dove si balla, ed Esserebenessere.

Mi hanno portato un giorno al San Vittore, ospite dentro la grande gabbia.

Un nostro collaboratore, Guido Catalano, è stato cercato da una gentile signora che gli chiedeva di andare a presentarsi ai detenuti e poi leggere poesie. Mi sono accodata. Ci hanno fatto due permessi.

Noi gente libera si entrava su appuntamento oggi alle 10 del mattino, senza cellulari, macchine fotografiche (sennò fai la figura del Fabrizio Corona che qua dentro si fece fotografare) e senza armi, mi raccomando. No internet, no Iphone. No No No. Lasciare fuori il senso di Libertà.

Primo livello: superare l’agitazione e l’imbarazzo. Nel gabbiotto della polizia penitenziaria, non quello principale, quello sul retro, c’erano le foto di Che Guevara, quattro, e di Padre Pio, una. “Sarà perché Che Guevara rappresenta la libertà” m’ha detto Guido. Mah

Secondo livello: aspettare che il portone principale si apra automaticamente. Non è quello dove entrano i detenuti, è quello dei liberi. Superare il primo cancello e il primo rumore di chiavistello. Stop: documenti. Prima di noi, giuro su Che Guevara, è entrata la signora Libera Inganni. Inganni di cognome.

Terzo livello: lascia il telefonino nell’armadietto di ferro. Passa al controllo borsa e corpo, come quando prendi l’aereo per viaggiare. Pensa te.

Quarto livello: secondo cancello, tun tun tun tun. Terzo cancello, tun tun tun. Quarto cancello tun tun tun. La rotonda, il Limbo, quella dove si smistano i reati e iniziano i corridoi delle colpe. Un cancello di ferro massiccio per ogni raggio. Una cappella gigante sulla rotonda, sembra in restauro, sembra di una chiesa “Signori’, non si preoccupi, mica le cade in testa”, mi dice il secondino. Mi fido, quello è il suo cielo, mica cade il cielo.

Quinto livello. La puzza di chiuso, che sembra una brutta battuta e invece è proprio puzza di una stanza dove non hanno mai aperto la finestra. Perché la finestra non c’è.

Ci hanno fatto fare la gita turistica. Fortuna avevo il cappello che mi nascondeva dall’imbarazzo, dal giudizio di quei ceffi. In carcere c’è una biblioteca, anzi c’è più di una biblioteca, ma io ho visto solo quella. E mi è bastata. In tutto il San Vittore 116mila libri, ci dicono. Il fumetto va forte. I libri arrivano dalle donazioni di chiunque e archiviati dai detenuti bibliotecari che li riconosci perché hanno la camiciola di jeans smanicata sopra il maglione o la felpa. I detenuti bibliotecari hanno frequentato un corso di formazione professionale per bibliotecari promosso dall’Associazione italiana biblioteche. Ne sanno. Forse quelli sono i libri più letti al mondo. C’è libro più letto di quello che trovi in una biblioteca di un posto dove non puoi far altro che non fare niente? Sulla porta un cartello: “VUOI EVADERE? LEGGI UN LIBRO.” Leggere per Evadere, perché le parole contano.

Accanto un piccola stanza dove due detenuti aspettavano Guido. Poi sono arrivati gli altri. Uno alla volta. Educati come quando t’impongono di esserlo a scuola. Si devono annunciare alla responsabile: Nome/Cognome/Numero Cella, tutta la loro vita ora, in pratica. Siamo là per LIBERIDILEGGERE, iniziativa organizzata dal San Vittore che accoglie scrittori per incontri con i detenuti.

L’attenzione è alle stelle, nonostante le tute e le ciabatte svogliate. Ogni parola è un pezzetto di mondo là fuori. Guido diventa la finestra. Ora è rilassato, perché ha capito che può parlare con loro e che loro lo vogliono ascoltare, sono là solo per quello. Molti sono stranieri “Scusi, che significa tedio?” chiede il marocchino. “Grazie Martina che mi” è una delle poesie lette da Guido, “… capisci” ha concluso il titolo l’egiziano. Ridono per le parola tette. Si inteneriscono per la poesia d’amore. “Un sacco nell’altro carcere stavano sempre a scrive’ di solitudine. Se avrebbero visto il posto dove stavo io a Napoli ce la vedevano proprio la solitudine” borbotta l’italiano.

E poi, io ve lo giuro, dal fondo intravedo nelle mani di uno di loro una macchia arancio Fluo tutta scritta. Guardo bene: è una Smemo?!! Moto di Appartenenza canaglia. Il Sert regala ai detenuti le Smemo, e loro ci scrivono. E io l’ho scoperto oggi e mica sono riuscita a spiegargli che io ci lavoravo dentro.

Là dentro facevo le prove di vita, mi ponevo le grandi domande: allora Alessia, c’è deterrente peggiore della privazione della Libertà, in condivisione forzata con altre 4 o 6 persone? Macché, eppure in quanti ci cascano. E però qualcuno si fa furbo e prende un libro in mano, in quella sospensione di tempo, e si fa con la testa il buco più grande verso l’aria aperta. E’ l’unico modo, mi so’ detta.

Dalmaviva per Smemo 2008

Siamo stati due ore, l’equivalente delle loro ore d’aria giornaliere. Siamo stati per loro l’Evasione, perché le parole contano. Poi noi siamo usciti.

ps: i detenuti erano là per ascoltare Guido, ma uno di loro alla fine ci ha raccontato “c’è un momento nella vita in cui viene a mancare il comune senso di pudore – esordisce – … esiste una stanza qui dove ti fanno stare dopo un processo dai 10 minuti a 1 ora, per questo ti danno un sacchetto con dentro 1 acqua, 1 mela, 1 formaggino. Io quella stanza la chiamo la stanza dei formaggini perché se guardi il soffitto è tutto pieno di formaggini lanciati dai detenuti durante l’attesa…”. A voi l’ardua sentenza.

Dalmaviva per Smemo 2002