20 dischi da ascoltare nell’estate 2019

di L'Alligatore

Ogni anno, l’Alligatore ci racconta il meglio della musica indipendente italiana. Nel 2019, l’estate dell’Alligatore è fatta di 20 dischi, da ascoltare uno al giorno mentre siete in vacanza, oppure uno dopo l’altro in una maratona di binge hearing. Oppure a caso, quando capita. Oppure con qualcuno. In ogni caso, la lista è questa.

Il Terzo Istante è pop-rock cantautorale italico puro. Con Estràneo, il gruppo piemontese si propone con le sue atmosfere acide e poetiche, che vanno un po’ al di là della semplice forma canzone (non a caso Paolo Benvegnù, gran signore del nostro indie-pop, è ospite in “Materia grigia” e le emozioni non mancano). Nove pezzi che colpiscono per il cantato, per il piano, per certe chitarre e un garbato uso dell’elettronica. Nove pezzi che lasciano un buon gusto nelle orecchie. Produce Phonarchia Dischi, garanzia di musica indipendente vera e di qualità.

È un gran bel disco Zero Over Zero di Bonifacio Madeyes. Un disco unico e maestoso, sia come durata, sia come suoni e capacità di osare. Non è un tipo semplice Bonifacio, professore di Fisica e Matematica che ha intitolato “Zero diviso Zero” quest’esordio a suo nome, per rendere l’idea di una cosa indefinita, come la vita, certi episodi, incontri, scontri. Da questo nascono le sue canzoni. Tredici brani di prog-rock psichedelico per un’ora e un quarto di musica che si dilata all’inverosimile, facendoci capire il senso profondo del titolo. Chitarre blues, fiati e fiato, gran ritmo, un flauto che non scordi per dodici composizioni originali più la personale cover della dylaniana “All Along The Whatchtower” molto progressive – rock.

Bel titolo per un disco Avrei dovuto odiarti, quarta lucidissima prova dei Tv Lumière, band dalle suggestioni cantautorali folk-rock come poche in Italia. Nove pezzi cantati in italiano con al centro tematiche forti, come la guerra, in particolare la I^ guerra mondiale, dura, orribile, cattivissima (quale guerra non lo è?), viaggi in mare, storie d’amore finite. C’è molta personalità in questi 4 musicanti di Terni. Lo si sente dalle parole pesate e pensate, dai suoni di chitarra, dal volerti raccontare storie con un certo tono. Quello dei nostri cantautori storici, senza scimmiottarli, ma in modo loro. Da I Dischi del Minollo, etichetta indipendente con le idee chiare.

Down Below è il quarto trascinante album degli Alice Tambourine Lover, duo bolognese di acido blues sempre più onirico. Un vero e proprio mantra psichedelico sotto forma di otto semplici pezzi. La title-track, posta in apertura, detta piacevolmente la linea a tutto il disco, che sembra un unicum, sognante e dilatato. La voce di Alice conquista subito, come la ritmica, le chitarre, l’armonica, il tutto pensato e suonato insieme a Gianfranco nei vari concerti in giro per il mondo. Un riflessivo/riflettente volere sentire dal basso, come suggerisce il titolo e anche la copertina dai colori lisergici, come le canzoni in essa racchiuse. Tra il misticismo zen dell’oriente e la sensualità suadente della musica del diavolo d’occidente.

Sospesi di Nularse è il primo disco in italiano di un giovane artista fiorentino. Nove pezzi dalla tinte pastello, in bilico tra elettronica e pop-folk. Grande intensità musicale con testi tra il realista e il sognante, come in “Non cambierà”, tipico pezzo da cantautori dei nostri giorni o “Tregua”, che per certi versi mi ricorda Battiato nel modo di cantare, certe melodie, certi attacchi. Più intimo in “Al sicuro”, chitarra e voce con una buona progressione, più minimalista in “Soltanto nuvole”, inno alle nuvole cantato in maniera particolare, che lo potrebbero far diventare un classico del folk europeo.

Enrico Bedogni in arte Lupo è un giovane musicante, che dopo esperienze post-rock a volumi sostenuti, ha dovuto cambiare e abbassare i toni per problemi all’udito. Ecco nascere questo progetto folk, chitarra acustica e voce, ecco questo primo disco To The Moon. Un EP, solo sei canzoni, ma di intensità e rara bellezza. Un incontro tra folk della tradizione classica, stile anni ’70, e quello anni duemila (penso, un nome su tutti Damien Rice). Vintage nella copertina, come nei suoni, questo disco fa ben sperare gli amanti del genere: chitarra/voce, lamenti alla luna e sax, armonica, archi, il banjo …

Dopo l’esordio di due anni fa Elefanti per cena, che molti consensi ha ottenuto tra critica e pubblico (e quest’anno il regista Valerio Mieli ha preso alcuni pezzi di quel disco per il bel film “Ricordi?”) Effenberg è tornato con Il cielo era un corpo coperto. Surreale e stralunato come il precedente, con una copertina che colpisce ancora di più, e due pugni di canzoni di moderno cantautorato italico. Dieci pezzi compatti, con il suo umorismo caustico, le sue storie che possono essere solamente sue, tra malinconie e scazzi. La voce, delle tastierine molto anni ’80, con il piglio e il disincanto dei giorni nostri e poco altro. Ma è molto.

Pop danzereccio made in Firenze questo esordio dei Frigo: Non importa, mantra possibile per la nostra epoca, composto da nove pezzi, tutti potenziali singoli. Copertina divertente, che rimanda al meglio della nostra commedia all’italiana (a me ha fatto pensare subito “Amici miei”), come le canzoni contenute nell’album. “Non importa”, perché parlano di cose minime, che forse a prenderle una a una sono di scarso interesse, ma insieme, tra malinconia e ironia, ci fanno andare avanti … e saltare l’ostacolo insieme, come i vecchietti della copertina. Prodotto da Paletti e Francesco Felicini, è un esordio che fa ben sperare, confermando la buona qualità del nostro cantautorato pop.

Gli Action Dead Mouse mi sono simpatici perché continuano a fare musica nonostante tutto. Per questo hanno intitolato la loro settima produzione (contando split, cover ecc.) Il contrario di annegare. In più di dieci anni di rock alternativo ne hanno visto e affrontate tante, come per la produzione di questo anfetaminico cd, contraddistinto di sfighe, nascite, rottura delle dita (per un musicista è grave), calcoli renali, e tanto altro ancora. Trovate tutto in queste nove tracce di noise-rock, anzi di “post-hardcore ai tempi del post-Arcore” (la definizione è loro), tra cambi di ritmo, grida, forti prese di posizioni ecologiste, sarcasmo e il gran finale con una canzone che s’intitola “Rimini” ma non è per niente una cover di De Andrè. Tutta farina del loro sacco: post-hardcore ai tempi del post-Arcore (geniale).

Bel gioco di parole per il nuovo disco di Picciotto questo teRAPia. Del resto il giocare con le parole è il suo stile, da sempre, e queste canzoni sono state per lui una vera e propria terapia. Grandi ritmi, grandi idee, partecipazioni di amici importati, una grafica da urlo, impegno e ritmo. Il pezzo più bello e significativo è l’ironico e attuale “Hashtag la victoria” (memorabili i fiati di Roy Paci), ma mi fanno impazzire anche “Capitale”, stupendo tributo alla sua Palermo, dal gran testo e ritmi caldi, “Lividi” prodotta da Bonnot e con la partecipazione straordinaria di O’Zulu e David Shorty, per contrapporre l’amore alle leggi d’odio degli ultimi brutti anni di governo. Ma tutto il disco è molto godibile: quattordici pezzi ben calibrati da far partire a palla in spiaggia o sulle montagne per non dimenticare, anche in vacanza, che siamo umani.

Folk-rock cantautorale quello di Rossetti, toscano giramondo che con il suo chitarra/voce fa pensare a un Damien Rice italiano, ma se ascolti il suo recente L’amore è una bicicletta con le ruote quadrate, ci puoi trovare anche rimandi al meglio dei nostri cantautori, da De Gregori a Guccini, da Lucio Dalla a Ivano Fossati. Nove pezzi intesi e onesti, con spesso e volentieri gli archi ad accompagnare il suo chitarra/voce, o il piano. Testi dal sapore umanista, che parlino di guerra, come in “Il signore delle bombe” o amore, come “L’amore sbagliato”, del diavolo, come l’onirico “Lucifero” o dell’acqua santa, come “L’idea di te”, sincero e cullante da cantautore italiano vero. Lasciamo cantare.

Conosco The Doormen da anni, potrei dire di averli visti crescere disco dopo disco. Questo nuovo Plastic Breakfast, mi pare un altro bel passo avanti per la band di Ravenna, semplice e diretta metafora sulle nostre vite globalizzate, con esistenze di plastica a partire dalla prima colazione. Un discorso molto rock nelle intenzioni come nei suoni del disco, che si sviluppa come i vecchi vinili divisi in lato A e lato B. Del resto anche il colore nero del cd ricorda quel magnifico supporto, e se le prime canzoni sono pop, le ultime cinque sono sempre più rock: chitarre taglienti e un bel ritmo, momenti psichedelici e altri più veri; un po’ di Cure un po’ di Clash. Se li sente Jim Jarmusch li mette di sicuro in un suo film.

Construction Site è l’album di debutto di Ike, compositore veneto di talento, che ha saputo radunare attorno a sé musicanti da tutto il mondo. Il titolo vuol dire cantiere, “perché il pianeta Terra, a cui il disco è dedicato, è un cantiere di forme di vita che da miliardi di anni sperimentano e costruiscono la vita.” Questo mi ha detto Ike nell’intervista sul mio blog, e ascoltandolo, devo dire che il messaggio ecologista arriva. Tra “Flughafen Love”, pop divertente e carezzevole e “Plastikspoon”, moderno jazz con chitarre energiche/energetiche (entrambe cantate dalla serba Karla Hajman/Stereochemistry), tra “Das Birke”, elaborata suite che evolve secondo dopo secondo nei suoi sei minuti di musica contaminata e “Balchik Garten”, suggestivo coro dell’est con i suoi ritmi antichi mescolati a moderna elettronica … arriva! Ascoltatemi, arriva!

Per me è tra le migliori uscite dell’anno Apollineo/Dionisiaco degli Oga Magoga, quartetto di Siena con delle belle idee in testa. Registrato per metà in studio e per metà in un viaggio nel loro furgone/studio sul quale sono saliti un sacco di musicanti raccolti lungo l’Appennino Tosco-Romagnolo, è un pop-rock psichedelico con tanti strumenti dentro: fiati, tastiere, fisarmoniche, sitar … e coretti beat deliziosi. C’è una allegria coinvolgente, una magia d’altri tempi, un concept-album come non se ne fanno molti, teso a narrare il lato Apollineo e razionale, in contrapposizione a quello Dionisiaco, quindi godereccio, dentro Galuco, personaggio che rappresenta tutti noi. Glauco è il protagonista di una tetralogia giunta con questo disco al terzo capitolo. Interessante recuperare i primi due, “Shåmbala” e “Phalena” in attesa del quarto.

Dalle Marche l’ennesima band poco italiana: i Gentlemens e il loro Triage, disco potente e pulito. Non a caso sono usciti con Hound Gawd! Records/ Rough Trade, e il titolo rappresenta un punto di svolta ironico, essendo il terzo di una carriera iniziata ufficialmente nel 2004 durante la quale hanno dato molto in termini fisici, tanto da rischiare di finire all’ospedale (Triage è comunemente definito come il sistema di classificazione dei codici di accesso per gravità al pronto soccorso). Ascoltandolo si sente bene questo, tra rock ginnico, pulsioni sessuali, indie-rock quasi noise, blues esplosivo. Siamo dalle parti di Jesus and Mary Chain, MC5, Sonic Youth, o, per rimanere in Italia, One Dimensional Man. Bravi, di band così ne abbiamo bisogno come il pane.

Uscito a marzo per Area51 Records, Imperfezioni è un disco che amiamo ascoltare ancora adesso, e speriamo siano in tanti. L’esordio del duo a nome Megàle (Stefania e Francesco suonano insieme da più di dieci anni), conquista per l’eleganza e la naturalezza dei suoni. Otto pezzi cantati in italiano, a volte sussurrati, con la voce usata come strumento musicale. E poi fiati (Stefania suona anche sax e clarinetto), chitarre e diavolerie elettroniche varie per creare un magico patos onirico incredibile. Di culto il video dell’omonimo pezzo che ha dato il nome al disco, con un balletto che ricorda quello dell’inquietante “Suspiria” di Luca Guadagnino. Guardare per credere.

Nessun album in particolare è il debutto di NAIP (Nessun Artista In Particolare), giovane provocatorio cantautore calabrese, barbuto e scherzoso, che potrebbe essere una delle novità dell’anno dal mondo indie. Un esordio, ma che sembra venire da lontano. Otto pezzi, come le otto immagini della surreale copertina disegnata da Pasquale De Sensi: un lupo con uno specchio in bocca, un cervello con l’orologio (o un orologio con il cervello?), una zebra, un pappagallo appoggiato a un teschio, un cuore infilzato da un bastone zuccheroso, un’auto gialla schiacciata da un gigantesco ananas, una mano con un dito strano, un mandolino in mezzo a frutta e verdura. Ironico e allo stesso tempo malinconico, pop elettronico per raccontare perfettamente un’epoca. La nostra.

Tra le copertine più belle dell’anno, con un tale che cammina sopra di un filo in alto, su coloratissime montagne ben disegnate, Soon dei romani Lags, è un disco altrettanto avventuroso e adrenalinico. Alla seconda prova dopo l’esordio “Pilot” del 2015, sembrano suonare insieme da una vita per l’intensità e la coralità del risultato. Otto pezzi cantati in inglese, più la bonus track “Il podista”, in italiano, che conquistano fin dal primo ascolto. Punk-rock che guarda al grunge, momenti piacevolmente hardcore e melodie che restano. Il risultato più alto è forse “The Bait”, grunge anni ’90, con staffilate dentro e fuori, ma tutto “Soon” è da ascoltare. Possibilmente ad alti volumi.

Gerardo Attanasio è un cantautore napoletano di talento. Un talento che è pari solo alla sua semplicità, che non va scambiata per falsa modestia. Il suo nuovo album, uscito in piena estate, emblematicamente intitolato Terraferma, è un perfetto esempio del suo essere. Nove pezzi, nove storie tra realtà e leggenda, tra modernità e passato, che raccontano miti della provincia napoletana. Un rock cantatutorale che fa pensare a tanti nostri grandi nomi a partire da De André, al quale Gerardo ha dedicato la sua tesi di laurea, ma anche ai Gang de “Le radici e le ali”. Voce/chitarra e tanti altri strumenti, anche qui a metà strada tra antico e moderno: bouzuki, synth, mandolino, pianoforte, salterio … per creare poesia rock.

Impossibile non pensare a quel capolavoro di Paolo Conte sentendo il nome che si sono scelti questi due giovani attori: Impermeabili. E anche le canzoni del loro disco d’esordio Non ci siamo per nessuno, fanno pensare a un cantautorato italiano, anche se molto più vicino a Enzo Jannacci, per loro stessa ammissione. Solo otto pezzi, ma di quelli giusti, di quelli capaci di disegnarti un mondo lì davanti, fatto di parole, chitarra, e ironia, se non sarcasmo. Dalla forma canzone al blues, dallo swing al pop, un vero e proprio concept-album intorno all’esistenzialismo. Otto storie tra il surreale e il boccaccesco, l’assurdo e l’attualità. Da ascoltare, e se riuscite da vedere live!